Il Caucus nella Mediazione Familiare - parte 1

Primo capitolo di una serie riguardante la Mediazione Familiare.

Le sessioni separate nei vari modelli di mediazione:

  1. Il Caucus o sessione aperta
  2. La sessione separata nei vari modelli di mediazione

Pubblicazione della tesina del Master in Mediazione Familiare a cura di Alfonso Lanfranconi

 

CAPITOLO PRIMO

Le sessioni separate nei vari modelli di mediazione

 

  1. Il Caucus o sessione separata

 

Secondo l’enciclopedia della rete Wikipedia “il termine Caucus ha diversi significati, pur essendo questi in stretta relazione tra loro” e continua affermando che “un tipo di Caucus è l’assemblea di un partito politico o di un sottogruppo per coordinare l’azione dei suoi membri, stabilire un orientamento collettivo o nominare i candidati a una carica. Il più celebre esempio di questa tipologia è quello adottato da alcuni Stati dell’Unione per scegliere i candidati alla presidenza degli Stati Uniti. Il secondo contesto in cui il temine è usato riguarda un raggruppamento di eletti che si uniscono sulla base di affinità o etnicità comuni, generalmente per influenzare le scelte politiche”.

L'origine del termine non è chiara, per alcuni deriverebbe dall’Algonquin, lingua parlata dal popolo aborigeno dello stato della Virginia che significa “consiglio” e che venne probabilmente introdotta nel gergo politico statunitense grazie al Partito Democratico di New York che utilizzava spesso termini di origine Nativo Americana;

secondo altri affonderebbe le sue radici nei fumosi saloni del New England della seconda metà del diciottesimo secolo, probabilmente prendendo spunto dal nome del Caucus Club della Boston coloniale, mentre la sua etimologia è spesso fatta risalire alla parola latina “caucus”, che in italiano significa “contenitore per bevande”.

Esiste poi naturalmente il riferimento al Caucus nelle ADR (Alternative Despute Resolution) dove, sempre secondo Wikipedia, “il termine "caucus" viene usato anche nella mediazione, facilitazione e in altre forme di risoluzione alternativa delle dispute, per descrivere circostanze in cui, piuttosto che riunirsi attorno a un tavolo comune, i contendenti si ritirano in un ambiente privato per elaborare le informazioni, concordare una strategia negoziale, conferire in privato con consulenti e/o altri mediatori, o semplicemente per "riprendere fiato" dopo le interazioni spesso emotivamente complicate, che possono essere vissute nell'area comune in cui tutte le parti sono presenti. Il grado con cui sono usati i Caucus può essere un elemento chiave di definizione, e spesso un identificatore del modello di mediazione che viene impiegato; la "mediazione facilitativa", ad esempio, tende a scoraggiare l'uso dei Caucus e cerca di tenere le parti riunite attorno a un singolo tavolo, mentre la "mediazione valutativa" può permettere alle parti di separarsi più spesso e affidarsi al mediatore per riportare le informazioni e le offerte”.

Vedremo nel prosieguo come invece le sessioni separate non siano sempre scoraggiate dalla mediazione “facilitativa” ma ciò dipende dal modello di mediazione adottato.

La cultura della mediazione viene riscoperta nei paesi anglosassoni e si affaccia in Italia a partire dagli anni ‘80 con la gestione dei conflitti nelle separazioni e divorzi. Ecco quindi il perché dell’adozione del termine Caucus, seppur ormai sempre più in disuso nei corsi di formazione in Italia, sostituito dalla più semplice e lineare definizione di “sessione separata” o “incontro separato”.

 

  1. La sessione separata nei vari modelli di mediazione

 

La cultura della mediazione ha origine, come detto, nei paesi anglosassoni e si affaccia in Italia a partire dagli anni ‘80 con la gestione dei conflitti nelle separazioni e divorzi.

Nella mediazione penale assume particolare rilievo la necessità di incontrare le parti separatamente e questo processo avviene fin da subito in considerazione della delicatezza del procedimento. Senza entrare nel merito del funzionamento di tale istituto si può comprendere come la “preparazione” del lavoro di vittima e reo non possa che avvenire ad opera dei mediatori (in questo caso sono in numero superiore ad uno e fino a cinque) prendendo singolarmente gli attori del conflitto e facendo preliminarmente un lavoro profondo che permetta ai soggetti coinvolti di elaborare i fatti e arrivare a concepire “l’altro” non semplicemente come vittima o reo ma una “persona” con un volto, un nome ed un cognome dove il conflitto assume una valenza riparativa senza dover produrre alcun accordo o ricostruzione di un rapporto. La separazione dei confliggenti diventa quindi un imprescindibile strumento prodromico al successivo incontro che avverrà, se le parti raggiungeranno la giusta consapevolezza e se la sentiranno, in sessione congiunta, come coronamento del lavoro svolto. Nella mediazione penale le parti potrebbero anche arrivare a non incontrarsi mai ma non si può non porre l’accento sul percorso che i mediatori compiono nelle sessioni separate e che spesso raccoglie risultati notevoli anche se poi la vittima non acconsente ad incontrarsi con il reo o viceversa.

Jacqueline Morineau fonda e dirige a Parigi nel 1984 il C.M.F.M., Centre de Médiation et de Formation à la Médiation, ricevendo l’incarico di attuare il primo esperimento di mediazione penale per la procura del Tribunale di Parigi. Il C.M.F.M. ha effettuato ad oggi ben oltre 7.000 mediazioni in campo penale, sociale, familiare e scolastico. Dopo aver lasciato il C.M.F.M., la Morineau, a seguito di un percorso di conversione, si dedica ad un modello, “La mediazione umanistica”, che ad oggi è ancora saldamente incarnato nella sua persona; questa mediazione allarga il campo ai conflitti nel senso più ampio e variegato, coinvolgendo sostanzialmente soggetti che sentono forte la necessità di affrontalo, poiché percepito come un ostacolo esso stesso e dove il confliggente può essere presente, rappresentato da qualcun altro o essere una proiezione di sé stesso. Il conflitto quindi percepito come naturale conseguenza dell’essere e della sua vita nella relazione al punto da vedersi conferita, quasi, un’autonoma esistenza che, se accettata, diventa il primo passo verso una possibile pacificazione che porterà prima di tutto ad un accordo con sé stessi prima che con il confliggente. Questo tipo di mediazione tiene molto ai margini la sessione separata, privilegiando il fluire delle emozioni e dei “sentiti” che vengono lasciati scorrere in una interminabile danza tra i confliggenti, dove i mediatori sono consapevoli attori pronti a favorirla senza dettarne il passo. Anche in una mediazione come quella umanistica non si può tuttavia escludere la possibilità della necessità di un “cambio di regole” assecondando possibili momenti utili a tenere alto il valore della mediazione attraverso sessioni separate che aiutino i confliggenti a distanziarsi da un coinvolgimento che a volte può apparire insostenibile.

Nella mediazione civile e commerciale la sessione separata diventa uno strumento basilare anche se, diversamente da quella penale, non ha una cadenza preordinata e risente delle varie tecniche di lavoro ispirate nuovamente alle varie correnti d’oltre oceano tra le quali il metodo più conosciuto detto di “Harvard”, piuttosto che la mediazione trasformativa di J. Folger. Nelle stanze della mediazione si parla sempre più dell’opportunità di utilizzare questo strumento nel caso di empasse, dopo ampia sessione congiunta o come strumento iniziale per preparare le parti.

Sicuramente è difficile vivere intere mediazioni senza che le parti o il mediatore non sentano l’esigenza di “separarsi” ed uscire dall’arena del conflitto: le parti, per confrontarsi su punti che non vogliono condividere con il confliggente, e il mediatore, per comprendere meglio gli interessi sottostanti e gli spazi di lavoro oltre alla possibilità di accrescere ulteriormente l’empatia tra mediatore e parte per avere quell’ascendente necessario nello svolgimento del proprio compito di facilitatore.

Sembra quindi pacifico come la mediazione modello “Harvard” centri il proprio lavoro su di un alternarsi tra sessioni congiunte e separate, lasciando al mediatore di vivere la propria conduzione in massima libertà.

Nel 1994 usciva invece negli Stati Uniti “The Promise of mediation: responding to conflict through empowerment and recognition di Robert A. Baruch Bush e Joseph P. Folger, un testo che provocava un forte impatto sugli esperti di ADR; i due studiosi proponevano l’abbandono del “classico” approccio “problem solving” portando i contendenti a lavorare autonomamente, sviluppando le proprie capacità e trovando da soli una soluzione per la propria controversia, aumentando quindi l’empowerment di ciascuno e il riconoscimento reciproco e portando il conflitto da interazione oppositiva a costruttiva e collaborativa. L’attività principale del mediatore consiste allora nel facilitare questi cambiamenti ogni volta che se ne manifesta l’opportunità nel corso dell’incontro con le parti.

La parola “empowerment” evoca il cambiamento da una condizione personale di debolezza, indecisione e risposte non meditate a una caratterizzata da risposte maggiormente consapevoli, intenzionali, valutative e basate su una maggiore comprensione affrontando il problema con maggior ponderatezza e attenzione.

Altro baluardo della mediazione trasformativa è il riconoscimento che esprime l’intenzione di uscire da una prospettiva chiusa e autoreferenziale per includere l’altrui punto di vista con la propria interpretazione dei fatti. Appare indubbio quindi che la mediazione trasformativa non privilegi gli incontri separati mettendo fortemente al centro le parti e dove la funzione del mediatore appare alquanto sfumata e più di supporto al lavoro di ricostruzione della comunicazione.

 

FINE CAPITOLO PRIMO

 

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