Il Caucus nella Mediazione Familiare - parte 3

Continua la serie riguardo alla Mediazione Familiare: Terzo capitolo.

La sessione separata nella mediazione familiare:

  1. La sessione separata nella mediazione familiare
  2. Il primo incontro

Pubblicazione della tesina del Master in Mediazione Familiare a cura di Alfonso Lanfranconi

Capitoli già pubblicati:

 

CAPITOLO TERZO

La sessione separata nella mediazione familiare

 

  1. La sessione separata nella mediazione familiare

 

Per la mediazione familiare, in “Introduzione alla mediazione familiare” J.M.Haynes, I.Buzzi, si ricorda che “gli incontri privati individuali, o caucus, possono essere utili nei casi in cui è presente l’abuso sul coniuge o l’abuso di stupefacenti o alcool.

Gli incontri sono utili solo:

  • per confermare o smentire i sospetti del mediatore sulla presenza dell’abuso sul coniuge e/o dell’abuso di stupefacenti o alcol, fatto che interferirebbe sulle capacità di negoziare un accordo equo;
  • quando palesemente una persona non rappresenta il proprio interesse;
  • quando il livello di ostilità è così alto da impedire una discussione razionale;
  • quando gli sfoghi continui di una delle parti impediscono di andare avanti con le trattative;
  • quando la reazione agli eventi che riguardano direttamente o indirettamente la trattativa blocca o intralcia una contrattazione produttiva nella seduta congiunta;
  • quando uno o entrambi i clienti non sembrano in grado di fare proposte e delle controproposte;

Il mediatore familiare di regola non usa gli incontri individuali, perché rischiano di creare un disequilibrio nel suo ruolo d’imparzialità, lo pongono nella posizione privilegiata di sapere qualcosa che l’altro non sa, ciò che dice alla singola persona può essere interpretato e strumentalizzato negativamente; tuttavia se è necessario che avvengano, durante le sedute individuali si impegna nelle seguenti attività:

  • se il cliente mantiene una posizione che è palesemente irragionevole, il mediatore può provare a mettersi nei panni di un confidente e spiegargli in privato che quanto sta facendo non è nel suo interesse personale o che non è realistico;
  • quando l’ostilità e la tensione sono molto forti, si può utilizzare la seduta privata per calmare il cliente;
  • se gli sfoghi del cliente stanno oscurando il problema da affrontare, il mediatore può concedere al cliente di sfogarsi in privato come strategia per disinnescare questo comportamento;
  • quando uno o entrambi i clienti non sono in grado di fare delle proposte o di rispondere a una proposta, si può usare una sorta di -diplomazia navetta- in cui il mediatore prende una proposta da un cliente ed un’altra dall’altro.”

Indubbiamente la mediazione familiare valuta del tutto marginale la sessione separata, tanto da considerare inopportuno tale utilizzo “di regola”, e limitandone l’uso alle suesposte necessità.

Ogni studio e ricerca fatta dell’estensore del presente lavoro ha trovato uniformità sul contenuto di quanto appena richiamato, tuttavia nel presente elaborato verrà introdotto dal sottoscritto uno spunto di riflessione con l’intento di interrogare il lettore sulla possibilità di valutare l’utilizzo di tale strumento delegandolo alla sensibilità del mediatore, motore propulsore e necessario di ogni mediazione.

 

  1. Il primo incontro

 

Rimanendo a questo punto sulla Mediazione Familiare, considerando la terzietà del mediatore, si deve presupporre che quest’ultimo non conosca o comunque non abbia avuto mai a che fare con la coppia che incontrerà in mediazione; il primo contatto diventa fondamentale e basilare per tutto l’universo di relazione che si svilupperà da lì, attraverso il tavolo di mediazione fino al raggiungimento di un eventuale e condiviso accordo.

Dobbiamo fare un distinguo tra il mediatore che risponde alla prima chiamata telefonica di una parte e il mediatore che incontrerà le parti congiuntamente fin dalla prima volta.

Nel primo caso la ritrosia nel valutare la bontà della scelta di utilizzare lo strumento delle sessioni separate sembra anacronistica in quanto già dal primo approccio il mediatore si trova ad interloquire con una sola di esse, relazionandosi addirittura prima che l’altra sia a conoscenza di questo contatto.

In questo caso entra quindi in campo la necessità per il mediatore di porre particolare attenzione alla comunicazione che, se telefonica, viene già di per sé privata di tutta quella parte empatica che si avvale in modo significativo della modalità di comunicazione “non verbale” e assume grande rilievo la necessità di limitare il più possibile il proprio intervento alla mera illustrazione della mediazione dando tutti gli elementi utili affinché la parte possa farsi carico del compito spesso arduo di convincere l’altra a sedersi al tavolo.

Nel primo effettivo incontro informativo il mediatore dovrà partire proprio da quella telefonata per sgombrare subito il campo da eventuali fraintendimenti o dubbi in merito a quanto egli stesso e parte si sono detti, portando all’attenzione dell’altra parte la centralità dell’opera di illustrazione della mediazione familiare in tutti i suoi molteplici aspetti, come precondizione per iniziare un adeguato lavoro utile a supportare le coppie nella decisione presa. Sarà frequente il caso dove tale decisone viene interiorizzata da una parte e non così compiutamente dall’altra che magari rappresenterà fin da subito la propria difficoltà ad accettarla non sentendola condivisa. Ancor di più allora sarà importante per il mediatore soffermarsi su questo per comprendere se le parti sono pronte a lavorare insieme o necessitano di un’ulteriore pausa di riflessione o di altre figure professionali adatte alla loro situazione.

Sgombrato il campo da tali eventuali cause ostative, ritorna nuovamente sul tavolo l’opportunità di valutare se delle possibili sessioni separate siano praticabili e per quali ragioni; ne parleremo diffusamente di seguito essendo il punto centrale del presente lavoro con l’intento di portare il lettore ad interrogarsi senza la pretesa di voler dare alcuna risposta definitiva ad una domanda che probabilmente non vedrà mai tutti concordi e schierati dall’una o dall’altra parte.

Come anticipato diventa decisivo il “primo attimo” dove il mediatore appare alla/e parti e spiega sé stesso, dove dovrà prestare attenzione e valutare l’importanza che ha “la prima impressione”, in cui ancor oggi la maggior parte delle persone pensa di riflettere una personale capacità di intuizione quando al contrario è, ormai assodato, che tale approccio sia del tutto foriero di arbitrarie supposizioni. Chi opera nel settore ormai da tempo è a conoscenza dei meccanismi che alimentano la “prima impressione” che ci facciamo nei confronti del prossimo al primo incontro; l’interazione che avviene a mezzo della comunicazione ci porta a valutare in un tempo breve, si parla di soli 5 minuti o anche meno, aspetti della persona che poi utilizzeremo per un lungo e duraturo lavoro di autoconvincimento della bontà di quanto osservato. In parole più semplici, se un primo atteggiamento dell’interlocutore ci lascerà insoddisfatti, ogni successiva interazione comunicativa verrà declinata nella medesima direzione ed utilizzata come conferma di quello che è semplicemente un autoconvincimento. E’ come se un soggetto si trovasse a ricevere due distinti flussi di dati trasmessi da un altro soggetto e dovesse scegliere “su due piedi” quale dei due flussi canalizzare a discapito dell’altro. Questi due flussi sono indubbiamente l’uno opposto all’altro, se l’uno canalizza una visione positiva dell’altro, l’altro ne canalizza una negativa. Viene di conseguenza che se penso che quel soggetto non mi è gradito, ogni cosa che farà la utilizzerò per confermare la prima idea che mi sono fatto, privandomi della possibilità di valutare il contenuto piuttosto che la persona. Appurata tale dinamica diventa più agevole comprendere che il mediatore non può tralasciare nulla in quei preziosi attimi, neppure le più piccole cose, come una corretta stretta di mano, piuttosto che un continuo feedback sull’accoglienza come ad esempio chiedere se si considera la stanza troppo fredda oppure troppo calda. Dal senso di accoglienza le parti sentiranno quei presupposti necessari a riconoscere nel mediatore un soggetto utile per il loro percorso e saranno sempre più disponibili all’accoglienza dell’altro e alla collaborazione.

Non meno importanza assume la chiarezza e completezza dell’esposizione delle “regole” della mediazione familiare e delle sue finalità, discorso che non può essere un semplice riassunto sintetico di quanto accadrà ma una spiegazione partecipata e condivisa che non può terminare fino a che le parti non restituiscono un segnale di completa comprensione e condivisione del lavoro che verrà affrontato di lì a breve. Può sembrare riduttivo, ma questa parte è sicuramente la parte più rilevante della mediazione familiare e per comprenderlo basta immaginarci in un lungo viaggio dove fin dall’inizio non riponiamo fiducia su colui che lo ha organizzato.

E’ evidente che rischieremo di sentirci continuamente insoddisfatti e tenderemo a non essere ricettivi e partecipativi.

E’ solo con questi presupposti che possiamo valutare la bontà di una scelta orientata a una sessione comune senza soluzione di continuità o intervallata da sessioni separate; per fare ciò partirò dalle varie posizioni espresse da interpreti delle varie mediazioni, continuando a credere che ci sia più affinità tra i differenti modelli di mediazione di quanto si possa credere.

Ogni mediazione è caratterizzata da una costante inequivocabile: è composta da “persone” in conflitto. Sia che si contrappongano reo e vittima, un amministratore delegato di una multinazionale ed un altro di pari grado, un pensionato e un direttore generale di un istituto di credito, due ex coniugi, più parenti distribuiti tra l’una e l’altra parte o una figlia in conflitto con la propria madre, sarà sempre un’altra costante che tali relazioni saranno caratterizzate dall’aspetto emotivo.

E’ chiaro nell’esperienza di molti mediatori come alla fine sia il piano emotivo il vero strumento di lavoro di ricerca degli interessi e dei bisogni delle parti e meno evidente è invece il confine del mediatore che vi opera, perché appare sempre più chiaro come il proprio ruolo e le proprie abilità facciano la differenza al di là di qualsiasi tecnica appresa nei corsi di formazione.

Da ciò deriva la difficoltà di identificare una “ricetta” per ogni mediazione, dimostrato anche dalle contrapposte visioni dei mediatori stessi, anche tra mediatori dello stesso “ramo” di formazione, su tale tema.

 

FINE CAPITOLO TERZO

 

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