Il Caucus nella Mediazione Familiare - parte 4

Continua la serie riguardo alla Mediazione Familiare: Quarto capitolo.

La sessione separata nella mediazione familiare:

  1. Favorevoli o contrari alle sessioni separate

Pubblicazione della tesina del Master in Mediazione Familiare a cura di Alfonso Lanfranconi

Capitoli già pubblicati:

 

CAPITOLO QUARTO

Favorevoli o contrari

 

  1. Favorevoli o contrari alle sessioni separate

 

Partendo dalla mediazione che ritiene basilari le sessioni separate, la mediazione penale, questa si svolge con più mediatori e prevede un lavoro difficile e lungo dove alcuni di questi si occupano rispettivamente e separatamente di vittima e reo attraverso un lungo processo che nel giungere alla sessione comune vede già buona parte del successo della mediazione stessa.

Arrivare in sessione comune per i mediatori vuol dire aver “traghettato” le parti attraverso un percorso, pieno di sofferenza e di bisogno di identificazione, prima ancora del tutto personale, poi di accettazione dell’esistenza dell’altro, per concludersi appunto nell’incontro che si propone di terminare il percorso con l’incrocio di due realtà così diverse e che non si sarebbero più volute incontrare e che quasi certamente non si incontreranno più.

Indubbiamente favorevole alle sessioni separate è anche la mediazione civile e commerciale che, nella sua tecnica “harvardiana” concepisce l’utilizzo dello strumento ma “con moderazione”.

Chi ha seguito un corso di formazione per diventare mediatore civile e commerciale ha appreso che tale modalità è nelle mani del mediatore che la può percorrere in ogni momento della mediazione, quando lo ritiene opportuno, assicurandosi che le parti siano tutelate.

Il mediatore informerà le parti di che cosa accade quando lo stesso rimane con l’una o l’altra parte, che quest’ultime potranno dare al mediatore informazioni riservate autorizzandolo oppure no a condividerle con l’altra parte, e infine il rispetto dei tempi che il mediatore utilizzerà per “sostare” con le rispettive parti.

Quest’ultimo è un punto importante sul quale torneremo nel prosieguo; qui ci si limita a dire che il rischio sembra essere quello della messa in discussione dell’imparzialità del mediatore e della possibile insofferenza di colui che si trova ad attendere lungo tempo con il timore di quanto l’altro possa dire.

Nel tempo, mentre inizialmente gli incontri separati avvenivano dopo una prima sessione congiunta, la sessione separata si sperimenta anche in quello che viene definito il “primo incontro”, secondo la normativa vigente quando il presente elaborato è in corso di stesura.

Le ragioni della possibile sessione separata fin dall’inizio sono molteplici: dalla necessità di evitare che le parti inizino subito la mediazione prima di aver dato assenso ad entrarvi, come previsto dalla normativa, al sempre difficile lavoro che deve svolgere il mediatore nei confronti dei legali delle parti che spesso dimostrano una sostanziale diffidenza verso l’istituto, presentandosi con il desiderio di utilizzare la mediazione come semplice “trampolino” verso il giudizio, ritenuto ancora l’unico mezzo per soddisfare le richieste del cliente; infine per poter comprendere il livello di conflittualità delle parti e la loro capacità di “restare nel conflitto”.

Sono sostanzialmente questi due modelli di mediazione a sposare le sessioni separate come metodo di lavoro, più o meno utilizzato, mentre altri metodi si spostano sul “territorio di mezzo” con una preferenza verso l’esclusione di tale modalità di lavoro. La mediazione familiare ne è un esempio, infatti come già citato in precedenza in “Introduzione alla mediazione familiare” J.M.Haynes, I.Buzzi, si ricorda che “gli incontri privati individuali, o caucus, possono essere utili nei casi in cui è presente l’abuso sul coniuge o l’abuso di stupefacenti o alcool” aggiungendo che

“il mediatore familiare di regola non usa gli incontri individuali, perché rischiano di creare un disequilibrio nel suo ruolo d’imparzialità, lo pongono nella posizione privilegiata di sapere qualcosa che l’altro non sa, ciò che dice alla singola persona può essere interpretato e strumentalizzato negativamente”.

Quando si fa riferimento all’analisi della situazione economica e della ricostruzione delle entrate e delle uscite dei coniugi si dice che: “il mediatore potrebbe chiedere un caucus e dire al marito che si rifiuta di riempire i moduli sul bilancio…” e si prosegue con un suggerimento su cosa potrebbe essere opportuno chiedere in tale sessione.

Nella mediazione familiare quindi il mediatore, attraverso le sessioni separate, potrebbe essere “posto nella posizione privilegiata di sapere qualcosa che l’altro non sa”; appare curioso che invece nel metodo “harvardiano” tale posizione non sia considerata privilegiata ma per contro uno strumento utile per il mediatore al fine di restituirgli una più completa visione dei fatti con la possibilità di usare tali informazioni solo se la parte stessa lo autorizza. Quindi quello strumento che viene ritenuto un valore aggiunto nella mediazione civile e commerciale viene ritenuto una “diminutio” in quella familiare dove invece si sostiene che il mediatore con tale pratica metta a rischio la propria imparzialità.

Da una attenta lettura emerge come quella che viene considerata una risorsa maieutica nella mediazione civile e commerciale, strumento di approfondimento e di ricerca dei bisogni e degli interessi, momento estremamente prolifico sotto il profilo empatico, diventa invece uno strumento residuale per la mediazione familiare, un sostanziale “tamponamento” necessario in alcune ben identificate situazioni dove l’incontro delle parti congiuntamente rischia una seria crisi, uno stallo, un’impossibilità di procedere.

L’invocato rischio di disequilibrio nell’imparzialità del mediatore familiare porta quindi la sessione separata ad essere considerata una estrema ratio.

Ci sono poi mediazioni che si collocano nella parte nettamente contraria a tale modalità di lavoro e citerei prima di tutte la mediazione umanistica nel modello di Jacqueline Morineau; il sottoscritto ha partecipato e partecipa tuttora agli stage che la Morineau tiene a Parigi e ha appreso quanto il suo modello non veda di buon occhio tale separazione delle parti, in considerazione dei principi che la fondano e in particolare nel differenziarsi nettamente da qualsiasi altra mediazione poiché non finalizzata alla ricerca di un accordo ma all’attivazione di un conflitto più profondo in tutte le sue sfaccettature che porta a un confronto con la propria parte più intima, strumento privilegiato per riuscire a far emergere le vere cause che portano allo scontro con l’altro.

Ho avuto il privilegio di fare tirocinio in una mediazione “reale” con la supervisione della Morineau, dove ad un certo punto una parte si è alzata e ha lasciato la stanza di mediazione in preda alla sofferenza e alle lacrime; Jacqueline Morineau ha spontaneamente seguito quest’ultima e i mediatori hanno con la stessa spontaneità continuato a lavorare sulla parte rimasta in mediazione; è stato molto interessante: tale esperienza non ha creato nessuno squilibrio e la mediazione ha potuto continuare in sessione comune quando l’altra parte ha deciso di rientrare nella stanza conferendo alla stessa una soluzione di continuità fino alla sua naturale conclusione.

E’ stata una prova di come è sempre più limitante dare delle regole alla mediazione, pur essendo necessario dettare dei confini generali, perché mai come in questo strumento, le parti sono sempre differenti, lo svolgersi delle dinamiche e il/i mediatori anche, in una sorta di cambio di scena che prefigura la mediazione come il dispiegarsi della trama di un unico film piuttosto che paragonarla ad una serie televisiva con un filo conduttore tra più puntate.

Ho sentito in quel caso come la tensione emotiva delle parti possa rendere necessario uno “stop” che diventa di fatto una sessione separata che può avere molti contenuti ed effetti benefici, come aiutare a trovare un attimo di silenzio e di raccoglimento prima di riprendere il cammino, aiutare la parte a rimanere con sé stessa per poter lavorare liberamente senza doversi occupare dell’altro; forse il vero limite è proprio quello che impone al mediatore o ai mediatori di darsi dei limiti.

Estremamente caratterizzato dalla necessità di un’unica sessione congiunta è anche la mediazione trasformativa di Joseph Folger; per Folger un conflitto evolve positivamente quando c’è un miglioramento nella qualità dell’interazione conflittuale fra le parti che avviene attraverso un maggior empowerment individuale, empowerment come cambiamento da una condizione personale di debolezza, indecisione e risposte non meditate, a una caratterizzata da risposte più consapevoli, intenzionali e valutative basate su una maggiore comprensione e ponderazione del problema. Secondo Folger questi progressi migliorano la natura dell’interazione e tale risultato è indipendente e va oltre qualunque risultato specifico che possa essere ottenuto o concordato rispetto all’oggetto della controversia.

L’attività principale del mediatore consiste quindi nel facilitare questi cambiamenti ogni volta che se ne manifesta l’opportunità nel corso dell’incontro con le parti. L’attenzione del mediatore nell’approccio trasformativo non è allora rivolta specificamente a cercare una soluzione, ma rimane focalizzata nell’individuare l’opportunità per l’empowerment ed il riconoscimento, e saranno poi le parti stesse che decidono sino a dove vogliono arrivare nell’affrontare le questioni concrete. Folger punta la propria attenzione sul ruolo del mediatore affermando che sono le parti che devono raggiungere le decisioni senza l’influenza o l’indirizzo del mediatore.

Appare del tutto evidente come in questo caso la sessione separata non sia opportuna in nessun caso in quanto il potere delle parti è sostanzialmente totale, lasciando al mediatore il compito di “rimanere nel flusso” favorendo il nascere di ogni possibile cambiamento ed evoluzione del conflitto attraverso i propri strumenti senza avere alcuna neppur marginale attività propositiva o propulsiva.

Tuttavia, anche in questo caso, non sembra difficile poter ripercorrere le riflessioni fatte in merito alla mediazione umanistica e trasporle nella mediazione trasformativa con riferimento alle “possibili” sessioni separate e al valore intrinseco di questa eventuale scelta.

Sempre da oltre oceano merita una citazione anche Gary Friedman che ha sviluppato un approccio che viene definito nel libro scritto con Jack Himmelstein “Challenging Conflict. Mediation Through Understanding (Sfidare il conflitto. Mediare attraverso la comprensione). Gary J. Friedman è co-fondatore e direttore del Center for Mediation in Law a Mill Valley, California. Ha svolto l’attività legale dal 1970 al 1976, primariamente come mediatore di controversie commerciali e familiari; dal 1979 è formatore e autore di numerose pubblicazioni sulla mediazione.

Friedman sostiene che se le parti non sono in grado di stare insieme nella stessa stanza, di parlarsi esprimendo reciprocamente necessità ed emozioni, non saranno in grado di condividere le decisioni necessarie per porre fine al loro conflitto. Il mediatore viene visto come un timoniere in un mare profondo e molto agitato. Questo approccio è utile alla riflessione necessaria per decidere se mantenere le parti insieme oppure no e anche come.

La comprensione per Friedman è il mezzo prima di tutto per capire sé stessi per poi comprendere l’altro e la situazione in cui siamo coinvolti come percorso per portare il conflitto ad una vera soluzione. Comprensione non come modo per capire cosa l’altro dice, ma per comprendere cosa sia realmente importante per noi, quali sono le cose che riteniamo veramente fondamentali e che ci hanno condotto al conflitto.

Friedman ha un approccio fondamentale: lavorare con le parti tenendole insieme, il mediatore rimane nella stanza con entrambe le parti per tutta la sessione di mediazione.

Indubbiamente un approccio del tutto contrario ad incontri separati, sempre e comunque; molto impegnativo per il mediatore che si ritrova ad affrontare dinamiche che a volte possono essere anche di forte intensità.

Friedman gioca tutto sul potere decisionale delle parti e ritiene che i caucus portano il mediatore a sostituirsi alle stesse prendendosi il potere e la responsabilità per i possibili risultati che le parti possono ottenere.

Anche il più accentuato disaccordo, secondo Friedman, deve essere gestito dalle parti attraverso una forma di “vera” comprensione reciproca senza soluzione di continuità con l’aiuto del mediatore per trovare la miglior soluzione possibile.

Friedman disegna il mediatore come persona capace di accedere a ciò che sta avvenendo dentro di sé quando si è in conflitto; la qualità rilevante del mediatore è quella di sospendere le reazioni che si sviluppano al proprio interno nei confronti delle parti, utilizzare tali reazioni per comprendere la loro natura e comprendere quindi sé stessi per poter essere più vicini alle persone, anche se non ci piacciono.

Se ci poniamo costruttivamente verso le sensazioni negative che ci provocano le persone, possiamo provare a trasformale in curiosità mettendo alla prova la nostra capacità di coesistere con il prossimo per poi arrivare a comprenderlo veramente e capire chi è e il perché di quello che fa.

FINE CAPITOLO QUARTO

 

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