Conflitto armato

Il significato del termine conflitto viene frequentemente declinato in senso "negativo", infatti si ritrova spesso come definizione di conflitto: combattimento, scontro armato e guerra; tra i sinonimi si annoverano: operazioni belliche, combattimento, scontro, lotta, battaglia e dai media viene utilizzata spesso l'espressione "conflitto armato" per definire gli scontri tra opposte fazioni.

Il termine "conflitto" deriva dall’etimologia latina dal verbo fligo, fligere (urtare, percuotere, atterrare) ed il suffisso cum che indica una dimensione comune, di gruppo, coesistenza e compartecipazione. 

Il prefisso cum indica un’associazione, un mettersi insieme e quindi possiede una connotazione che si può considerare anche di natura positiva; il paradosso consiste allora nell’esperienza del conflitto che diventa uno stare insieme connotato in modo negativo, determinando disequilibrio. 

Quello che viene dato per scontato è che il conflitto sia quindi ascrivibile ad una fase "senza ritorno" della relazione, uno sfilacciamento tale da giustificare qualsiasi ipotesi di soluzione compreso l'annullamento dell'altro.

Per meglio comprendere le varie sfaccettature di questo abusato termine dobbiamo accostarne uno che ci aiuti a creare uno spartiacque tra l'esperienza del conflitto come risorsa e quello che comporta un irrimediabile collasso della relazione.

Dunque il conflitto si muove nell’ambito di una dimensione relazionale in cui ogni contendente è determinato a mantenere la propria posizione e dove il problema diventa l'altro.

E' necessario quindi porre l'accento su un altro importante termine: "violenza", che non deve assolutamente essere considerato sinonimo di conflitto ma l'evoluzione "disastrosa" di una relazione fra individui.

Chiamo in causa con piacere l'esperto di conflitti Dott. Daniele Novara, pedagogista, esperto di maieutica, del quale riporto la definizione aderente e condivisibile di violenza, definita come: «Azione fondata sulla volontà di danneggiare l’altro, al fine di risolvere il problema ed eliminare le componenti perturbanti (disagio) della relazione» (Da La Grammatica dei conflitti).

Per poter parlare di violenza, per Daniele Novara, si devono verificare tre elementi:

1. un danno irreversibile, sia fisico che psicologico, frutto di un atto intenzionale; 

2. l’identificazione del problema con la persona e l'eliminazione della persona-problema;

3. la risoluzione unilaterale del problema.

E' quindi un lavoro a ritroso quello che propongo, nel tentativo di riportare il conflitto nell'alveo di quell'espressione positiva che si trae dal prefisso cum, mettersi insieme, fino ad entrare nella profonda dimensione del conflitto che prima di tutto passa nelle trame del nostro essere e del nostro vissuto, provando a riflettere su come sia importante l'osservazione di se stessi per comprendere le dinamiche del nostro relazionarci con il prossimo e per cogliere l'opportunità di lavorare per diventare partecipi della ricaduta positiva che potrebbe avere sulla nostra e sull'altrui vita di relazione.

E' difficile scorgere situazioni dove la violenza fisica o psicologica si sia dimostrata lo strumento valido di risoluzione di un conflitto; esistono in letteratura diversi luoghi comuni da sfatare come: "a mali estremi, estremi rimedi"; tale convincimento rischia di sobillare l'individuo e di legittimarlo nel considerare la violenza come un'opzione, seppur residuale, per risolvere un conflitto, visto come strumento a volte necessario e in apparenza risolutivo.

La storia insegna che la violenza non ha mai risolto nulla, ma sembra che questo l'uomo non riesca assolutamente a farlo proprio, al punto da considerarne l'uso con pervicacia, sfidando continuamente la propria evoluzione che invece si potrà chiamare tale solo se ne determinerà il completo superamento ed abbandono.

Sgombrato il campo dalla anche pur minima possibilità di giustificare la violenza e considerandola quindi alla stregua di un grave "fallimento" della relazione, dobbiamo confrontarci con tutto il percorso che ci divide dall'insorgere del conflitto fino alla sua possibile esasperazione.

Penso che per procedere sia comunque necessario fermarsi a riflettere su quanto detto, senza la cui accettazione sarebbe difficile ogni ulteriore processo di comprensione del conflitto.

Se esiste qualcuno che ritenga la violenza come necessaria o imprescindibile, sarebbe opportuno soffermarsi a comprenderne le ragioni; se mi perverrà qualche spunto in questo senso attraverso la mia pagina Facebook, sarà mia premura raccoglierlo in un apposito articolo per provare a valutarlo e ad approfondirne le ragioni; diversamente continueremo il viaggio "a ritroso", un affascinante viaggio che ci possa far scoprire che abbiamo "a bordo" tutto il necessario per guardare positivamente verso il futuro dell'umanità... senza utopia! 

Sento risuonare con piacere l'eco delle parole di Tiziano Terzani, uomo lungimirante ed indimenticabile:

"E da qui il mio passo verso l’unica rivoluzione che serve, quella dentro di te. Le altre le vedi. Le altre si ripetono, si ripetono in maniera costante, perché al fondo c’è la natura dell’uomo. E se l’uomo non cambia, se l’uomo non fa questo salto di qualità, se l’uomo non rinuncia alla violenza, al dominio della materia, al profitto, all’interesse, tutto si ripete, si ripete, si ripete." (Da La fine è il mio inizio).

Alfonso Lanfranconi 

 

Bibliografia:

Novara, Daniele. La grammatica dei conflitti. L'arte maieutica di trasformare la contrarietà in risorse. Ed. Sonda.

Terzani, Tiziano. La fine è il mio inizio. Ed. Longanesi.